Io sono stata una bambina precoce.

Sono andata a scuola a 5 anni, ho cominciato a studiare il piano a 7.

Riuscivo bene in tutto, ero curiosa e docile abbastanza da farmi guidare nell’apprendimento. Ho sempre preso voti buonissimi perchè imparavo velocemente,e non ho mai avuto problemi ad esprimermi.

Così sono passate le elementari.

Alle medie, la pubertà si è fatta sentire e con essa i suoi pro e I suoi contro.

Le mie inclinazioni, la scrittura, l’amore per la lettura, le lingue straniere ,si consolidano (anche grazie ad un fantastico insegnante di quelli che quando ne incontri uno ti forma per la vita. Peppino Naglieri, this one is for you).

Insieme a queste, però arrivano le tempeste ormonali, le dichiarazioni dei fidanzatini, altri tipi di interferenze dolorose, e la concentrazione e il rendimento comincia a calare. I voti a scuola sono ancora alti, perchè imparo presto, ma le materie dopo-scuola, vedi la musica, cominciano a soffrire.

(N.D.R: Lo studio della musica, allora, era “hard-core” : ore e ore allo strumento, a fare cadute con i polsi rilassati per ore prima di essere in grado di suonare una melodia. Mica come ora, che innanzitutto ci vuole il pezzo di Einaudi, e poi la tecnica , altrimenti…dove sta il divertimento?)

Da me il divertimento non c’era e io non ne volevo sapere, nè di studiare, nè di suonare. Volevo vagare, e basta.

Introducing la figura di mia madre che, in mezzo a tempeste di altro genere, rigida come un soldato teutonico, prese in mano le redini della situazione. Con metodi poco ortodossi, certo, ora sarebbero tacciati di “abuso” (Che un pò mi vien da ridere, perchè chi sa cosa è l’ abuso, non abusa mai della parola abuso).

Mi piazzava accanto mia zia settantenne, che tra una dormita e l’altra, si accertava che io suonassi quelle 2 ore. O mi chiudeva dentro il salone dove faceva bella mostra di sè il piano comprato a rate, che se non volevo esercitarmi, facessi come mi pareva, sempre chiusa 2 ore dovevo stare.

Tutto questo perchè aveva capito le mie possibilità , aveva intuito che abbarbicato ad un bastone diritto, il virgulto sarebbe cresciuto sano e sarebbe sbocciato bene.

Mi hanno riempito di possibilità i miei, molte più di quelle che per costumi, tradizioni, e possibilità economiche si usavano dare ad una 13enne femmina ai primi anni 80 dalle parti mie.

Perchè le aspettative erano alte, e le possibilità offerte con sacrifici, better make sure che ne approfitti fino alla fine.

E al minimo cenno di svirgolamento, non c’era che da rimettersi in riga, con le buone e con le cattive.

Così, come un cavallo recalcitrante, passarono le medie, e il livello rimase alto. Ecco, la cura ad urto aveva funzionato. Il mio percorso andava avanti senza incidenti.

Avevo dei risentimenti per le aspettative alte e la loro applicazione? Certo . Non so più quanto odiavo quella stanza, quei tasti e quella voce che mi diceva “ Studia”.

E così arriviamo al Liceo, mediocre compromesso tra il mio amore per le materie umanistiche antiche e moderne, italiane e internazionali, e quello che passava il convento allora nel mio paese. L’inglese si, dalle suore no, viaggiare da sola tutti i giorni no, e quindi…che Scientifico sia.

Insieme, a quel punto, al Conservatorio dove per merito, fortuna, o (penso io) destino, mi era capitato di entrare senza nemmeno fare ammissione, così col mio esamuccio da privatista secchiona ( “ Studiaaaaaa”!!!) e un talento.

2 scuole a tempo pieno, 10 ore al giorno sono toste, specie se hai anche il fidanzato con gli anfibi a cui piacciono i Cure, un padre padrone che si fa uscire solo dopo la Messa, bullismo a gogò, senzazione di non belonging a tutto spiano, insomma tempeste in corso di tutti i tipi.

I compiti li fai in treno, e passi per le materie che ami e sempre amerai, ma applicarsi su cose che non ti interessano minimamente, mentre il piano, il fidanzato , il padre padrone e la voglia di scappare incombono inesorabili, beh…è dura.

Eppure ormai il virgulto si arrampica bene sul bastone guida, le potenzialità diventano più chiare, si appropria delle possibilità che gli sono state fornite, e il senso del dovere che gli è stato fatto trangugiare tipo olio di ricino fortifica il senso interno del proprio essere.

Così passa più che bene il Liceo Scientifico.

E le incitazioni, le aspettative sempre le stesse, e guai a deluderle.

Ad oggi ciò che ricordo con amore di quella scuola valida ma sbagliata per me, sono le traduzioni latine, la letteratura, un immenso English teacher, un metodo di studio impresso nel DNA, un paio di amiche con cui si cantava Phil Collins, le recite e le esibizioni al pianoforte e il resto …tabula rasa. I bulletti maschilisti, la fatica,il senso di inadeguatezza, le equazioni, l’algebra, la chimica e la biologia : non sono mai accadute.

Finisce il Liceo, e il virgulto non ha più bisogno di un bastone guida.

Voglio suonare, cantare, recitare, esprimermi.

E non mi fermerò prima di non aver ottenuto quello che sogno.

La cazzimma del caso, paradossalmente è la figlia dell`intuito dispotico genitoriale, la consapevolezza di quello che sono, la figlia della disciplina, delle ore chiuse in camera ad esercitarmi per forza, alla docile usanza del soddisfare le aspettative.

Si, stavolta però le mie. Comincia una strada difficile, tortuosa, coraggiosa e solitaria.

L’educazione che mi hanno dato, mi ha abituato al duro lavoro, alla concentrazione, cose che finalmente posso applicare non nella Fisica o nell’integrale del compito in classe, ma per essere chi sono, chi sono sempre stata.

    Ho odiato il metodo? Si, l’ ho già detto.

Ma lo ringrazio per il risultato, e senza quel metodo, non avrei mai potuto compiere il mio destino. Gli devo quello che tutti mi riconoscono : il drive, la passione.

Anche quando si è trattato di deludere quelle aspettative per cui si era lavorato così tanto, si erano fatti tanti sacrifici. Anche lì, la cazzimma, la perseveranza e la disciplina, sono serviti tutti.

Anni dopo, tanti anni dopo, raccoglierò i frutti delle MIE aspettative, e l’orgoglio grande dei miei.

Fast forward 2017.

E ora, ecco Lia che cresce, intelligente, curiosa, vogliosa di imparare, docile abbastanza da farsi guidare nell’apprendimento. Vuole fare la dottoressa, studia poco/ suona molto il violino, fa ginnastica ritmica nella palestra e sul divano di casa, va a teatro con le amiche.

E io mi trovo dall’altra parte della barricata.

Forte della gratitudine per chi mi dato le ali spingendo col bastone, memore del bastone e quindi cauta nel guidare con dolcezza e con rispetto, cercando di donare le ali.

Scettica verso una mentalità in cui “bisogna che trovino da soli, che non vengano spinti”. Signora mia, se non mi avessero spinto, forse mi sarei persa in un 8-17 job qualunque (non che non vada bene anche quello eh, ma certo non per me, e di questo ne sono sicurissima).

Consapevole di vivere in un paese che non riconosce l’eccellenza, l’ambizione, e il desiderio di far meglio, di essere meglio, come un valore aggiunto da regalare (si, signora mia, è un regalo, che a lasciare i figli davanti ai videogiochi ci vuole un attimo) come atto d’ amore ai nostri figli, ma quasi come un’imposizione, una violenza, un abuso. “I figli devono essere liberi”. Echt waar? Io non mi sono mai sentita prigioniera imparando delle robe.

Cosa farò? Come diceva quello “…lo scopriremo solo vivendo”.

 

 

 

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